«Le parole profonde di Angelo Santoro ci rimandano alla costruzione di un paese diverso. Oggi nella ricorrenza della strage di Capaci. Ribellarsi alla “pace sociale” imposta dalla criminalità» così il presidente Gardini ha commentato una delle tre storie raccontate in occasione del panel “Le nuove frontiere della mutualità”, nello stand di Confcooperative al Festival di Trento dove abbiamo dato voce a tre storie straordinarie che dimostrano la capacità di trasformare crisi in opportunità, abbandono in rinascita, legalità in impresa.
A Bari Angelo Santoro è alla guida di Semi di Vita, una cooperativa che da 11 anni pratica agricoltura sociale con una missione precisa: trasformare i luoghi del crimine in presidi di legalità. I 28 ettari di terreni confiscati alla camorra a Valenzano sono oggi un'azienda agricola interamente certificata bio. A questo si aggiungono un orto sociale a Japigia e una serra nell'istituto penale minorile. Un luogo che era simbolo del potere criminale, oggi è un avamposto di legalità e lavoro: «Creare una comunità e ripristinare la legalità dove la mafia ha generato fratture così profonde è difficile. Ci chiedono sempre se abbiamo paura a lavorare in questi territori. Ma lo dobbiamo fare, perché l’alternativa è arrendersi, andare via e desertificare questi luoghi. E invece bisogna restare e lottare per riprendersi la propria terra».
A Ostana, ai piedi del Monviso, Federico Bernini guida Viso a Viso: una cooperativa di comunità nata nel 2020 che sta invertendo lo spopolamento della montagna. Il nome lo dice tutto: “viso” è come gli abitanti chiamano il Monviso, e “viso a viso” è il metodo: guardarsi negli occhi, affrontare insieme le sfide di un territorio fragile. Cultura, turismo sostenibile e welfare di prossimità: un borgo di pochi abitanti che è diventato laboratorio di innovazione sociale su scala europea. «Si può lavorare in montagna facendo cooperazione sui territori. Esperienze come la nostra non sono eroiche, ma raccontano imprese che riescono a stare sul mercato rivitalizzando il territorio» ha detto.
Con quella di Trafocoop a Tavernelle, in provincia di Perugia, Federico Malizia racconta una storia che inizia con un fallimento e finisce con un atto di coraggio collettivo. Quando la Trafomec ha dichiarato bancarotta, 28 operai non si sono arresi: hanno investito la propria indennità di disoccupazione: 580.000 euro, il 65% del capitale necessario per rilevare l'azienda e trasformarsi in imprenditori di sé stessi. Con il supporto di Fondosviluppo e CFI, oggi Trafocoop fattura 5 milioni di euro e produce trasformatori elettrici industriali con 31 dipendenti ed è uno degli esempi più concreti di workers buyout in Italia.
Tre esperienze diverse, una sola visione: la cooperazione come strumento concreto di risposta ai bisogni delle persone e dei territori. «Trafocoop è una cooperativa che nel 2023 ha resuscitato una multinazionale, che oggi ha 28 soci lavoratori e 11 dipendenti. Siamo cresciuti, i nostri competitor sono aziende multinazionali. Noi siamo stati accompagnati nel nostro percorso da Confcooperative, serve un cambiamento culturale ma si può fare» ha raccontato Malizia.
«L’impegno delle cooperative è commovente. Uno sviluppo imprenditoriale che nasce dalle persone per valorizzare il territorio in una visione di sviluppo del paese» ha commentato il vicepresidente vicario Confcooperative Marco Menni.
«Il vero successo è come il territorio accoglie il progetto di una cooperativa che gestisce il bene confiscato. Il capitale sociale nei territori inquinati dalla criminalità è contaminato – ha aggiunto il Gaetano Mancini, vicepresidente Confcooperative. È il vero tema che dobbiamo porci. Dobbiamo compiere lo sforzo di bonificare i territori. Con la sottosegretaria Ferro e la prefetta Laganà stiamo lavorando bene. Noi ci dobbiamo occupare di dare supporto a questo processo. Possiamo centrare l’obiettivo. Nell’ambito dell'action plan e del riconoscimento dell’art. 45 della costituzione».
Per il sociologo Aldo Bonomi è fondamentale raccontare e raccontarsi. «Significa assumere un terzo racconto interrogante. Le tre esperienze non sono solo buone notizie, ma sono interroganti sul margine: il sud, uno sull’abitare le montagne e uno che parte dalla crisi del metalmeccanico. In questo le cooperative stanno scrivendo un terzo racconto. Numeri di resistenza che producono coesione sociale. Merce impalpabile, ma preziosissima. Le cooperative sono un pezzo delle istituzioni della comunità e delle reti. Voi sopperite alla crisi dei corpi intermedi. Siete un nuovo pezzo della società di mezzo».