Ventunomila persone fragili trasformate in risorsa: lavoratori produttivi e contribuenti. È l'esercito dei cosiddetti "invisibili" che oggi rappresenta il cuore economico del progetto della cooperazione sociale di Confcooperative Federsolidarietà. «L'inserimento lavorativo non è buonismo, ma l'applicazione degli articoli 1 e 4 della Costituzione: il lavoro è un diritto ma anche un dovere verso la società», sottolinea Stefano Granata, presidente della federazione alla prima della due giorni di assemblea che domani eleggerà i nuovi organi sociali.
Un modello organizzativo che la stessa Commissione Europea ha inserito come banco di prova nel proprio Piano d'azione dell'Economia Sociale, e che in Italia sta vedendo il boom delle formule "miste" delle cooperative sociali di tipo A e B, realtà ibride, capaci di unire sotto lo stesso tetto la risposta a più bisogni: di cura, di reddito, di occupazione, che stanno registrando performance record sia nelle aree interne sia in quelle metropolitane del Paese. «L’area dell’invisibilità, sostiene Granata, non riguarda solo la disabilità si sta allargando sempre più inglobando giovani, i neet, le persone vittime di infortuni sul lavoro, persone affette da dipendenze. Un problema sociale complesso che potrebbe essere risolto seguendo l’esempio della cooperazione sociale, oggi l’unico vero player sul tema». Dietro questa forza d'urto c'è un pilastro dell’economia sociale che viaggia a ritmi superiori rispetto alla media del sistema produttivo italiano (+3,4% di crescita occupazionale annua): una rete di 6.000 cooperative che dà lavoro a oltre 264 mila persone e genera un giro d'affari da 9,9 miliardi di euro.
Sono dati di grande impatto, che la federazione mette sul tavolo all’apertura della due giorni di assemblea elettiva in programma a Roma, presso il cinema Moderno.