Il 25 aprile 1946, mentre l’Italia usciva dalla guerra e ritrovava la libertà, nasceva Italia Cooperativa, l’organo di stampa di Confcooperative che in prima pagina ospitava l’editoriale di don Luigi Sturzo dal suo esilio a Brooklyn.
«Il domani sarà nostro quando l’Italia, risanata e rifatta, potrà riprendere le tradizioni gloriose delle sue maestranze, dei suoi artigiani e dei suoi primi cooperatori, e dare al lavoro d’insieme, un impulso così largo da potere veramente realizzare il sogno di un “Italia Cooperativa”». Così Don Luigi Sturzo chiudeva il suo editoriale.
La rinascita del Paese e quella del movimento cooperativo erano parte dello stesso progetto. «Italia Cooperativa nasce nel giorno della Liberazione. Non è un dettaglio storico, ma una scelta di campo: la cooperazione si riconosce figlia di quella rinascita democratica e ne diventa protagonista – dichiara Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – nel panorama della ricostruzione democratica del dopoguerra, pochi episodi rappresentano con tanta eloquenza la rinascita dei valori fondamentali della Repubblica quanto la rifondazione di Confcooperative e la nascita del suo giornale».
A guidare quella stagione furono gli stessi uomini impegnati nella costruzione della Repubblica: Luigi Corazzin, Francesco Maria Dominedò, Attilio Piccioni, Lodovico Montini, Mario Scelba. Padri costituenti e, insieme, protagonisti della rifondazione di Confcooperative nel 1945. A loro si aggiunsero i nomi di Giuseppe Spataro e Salvatore Aldisio, costituenti anch'essi e furono tra i primi presidenti tra il 1945 e il 1950. Un intreccio non casuale, ma la consapevolezza che democrazia politica e democrazia economica dovessero procedere insieme.
Le radici di questa esperienza risalgono al 1919 e alla tradizione del pensiero sociale cristiano, ispirata alla Rerum Novarum di Leone XIII, che ha posto al centro il lavoro, la dignità della persona e le forme associative. Un’impostazione che ha trovato riconoscimento nella Costituzione, con l’articolo 45 dedicato alla funzione sociale della cooperazione.
Oggi Confcooperative rappresenta una componente significativa dell’economia italiana e che vale il 4% del PIL grazie alle sue 16.000 imprese che danno lavoro a 550.000 persone, fatturano oltre 85 miliardi di euro e contano oltre 3,3 milioni di soci. Una presenza diffusa nei settori chiave, dall’agroalimentare al welfare. Un modello radicato nei territori, che non delocalizza e che orienta l’impresa alle persone e che in 80 anni di Repubblica ha crato 6 milioni di posti di lavoro.
In un contesto internazionale segnato da tensioni e conflitti, Confcooperative guarda con attenzione alla voce di Papa Leone XIV, tra le poche a richiamare con chiarezza la necessità della pace e della responsabilità globale, anche nei confronti delle grandi potenze.
«La cooperazione è costruzione di legami e comunità. Per questo non può che riconoscersi in ogni richiamo autentico alla pace e al dialogo», conclude Gardini.
A ottant’anni dalla nascita, Italia Cooperativa continua ad accompagnare il dibattito pubblico con lo stesso obiettivo di allora: contribuire a costruire sviluppo e coesione, secondo la grammatica valoriale del bene comune.
A seguire il testo completo dell'Editoriale “L’Italia Cooperativa” di Luigi Sturzo
(in allegato la prima pagina de L'Italia Cooperativa, numero 1 25 aprile 1946)
Il mio augurio, che spero di ripetere di presenza, è che l’“Italia Cooperativa” sia non solo il titolo del settimanale che riafferma l’idea e la pratica della cooperazione tra gli italiani, ma l’insegna per il futuro del nostro Paese. Mentre le ispirazioni, anche legittime, che prendono colore politico, si differenziano nelle pratiche realizzazioni, quella cooperativa si presenta come un ideale comune, che tutti accettano e favoriscono. Per quanto la cooperazione, nel senso stretto della parola, si applica a quelle forme di intraprese economiche che si basano sulla uguale comunanza di interessi e di vantaggi tra i soci, lo spirito della cooperazione abbraccia ogni ramo di attività perché fa appello alla fratellanza umana e alla collaborazione reciproca.
Tale appello, del tutto cristiano nella sua essenza, deve arrivare a un numero quanto maggiore di persone e di famiglie che, accettando la cooperazione rinunciano perciò stesso – nel campo cooperativo – all’idea del guadagno e alla ricerca del proprio utile col danno dell’utile altrui.
Ormai, i fatti ci provano che si può trasformare intere regioni in una rete di cooperative così fitta da non esserci più luogo per intraprese a scopo di lucro capitalistico; e che anche si possono avere, in forma cooperativa, grandi imprese industriali, dove il profitto va a vantaggio dei produttori e consumatori insieme uniti.
Queste larghe e promettenti esperienze si sono ormai inserite con la economia capitalistica al punto da formarvi delle zone veramente libere e franche. Il processo cooperativo è certo meno celere che quello della iniziativa privata; ma mentre la cooperativa non intende soppiantare l’iniziativa privata, che risponde a concetti di sana economia, intende combattere quel capitalismo invadente e accentratore che tende a creare, a suo vantaggio, dei monopoli di sfrutta- mento.
Se, come è sperabile, quello che è oggi esperimento locale si andrà generalizzando, e l’inserzione del cooperativismo nell’economia capitalistica arriverà a coprire gran parte della produzione distribuzione in ciascun Paese, facendo dei passi ancor più decisivi nei commerci internazionali, noi vedremo realizzarsi una di quelle pacifiche rivoluzioni economiche veramente costruttrici, che fanno epoca.
Questo lavoro domanda più tecnicità e perseveranza e anche molti sacrifici, che non qualsiasi altro nel campo dell’economia. Ma i vantaggi per i soci e le loro famiglie e per la stessa società sono più stabili e duraturi. “L’Italia Cooperativa” è un ideale di risanamento per la nostra patria duramente provata da malattie di grandezza capitalistica, militaristica ed espansionistica. Noi dobbiamo rifare il nostro Paese sano e prospero sulla base della sua intima potenzialità che è principalmente la potenzialità del lavoro in cooperazione e in convergenza di interessi. Un lavoro affrancato dai ceppi di servitù ingiuste, elevato alla dignità dell’uomo, mirante a ricreare per la famiglia la sicurezza della vita con quella piccola proprietà della casa, del campo, del giardino, alla quale ogni italiano da secoli ha sempre aspirato e aspira. Lungo ed aspro il cammino.
Non pochi dei nostri con- nazionali saranno dalle crisi indotti a cercare mezzi di sussistenza all’estero emigrando. Non si può fare la economia del nostro Paese in un giorno dall’oggi al domani, e non varranno a rifarlo certi toccasana di carattere politico. Riprendere l’attività cooperativa, con adeguata preparazione tecnica, con larghe vedute economiche e appoggi politici, è il dovere dell’oggi per il domani.
Il domani sarà nostro quando l’Italia, risanata e rifatta, potrà riprendere le tradizioni gloriose delle sue maestranze, dei suoi artigiani e dei suoi primi cooperatori, e dare al lavoro d’insieme, un impulso così largo da potere veramente realizzare il sogno di un “Italia Cooperativa”.
Brooklyn, 27 marzo 1946